Lampi di editoria

Libri e altre amenità.

giovedì, ottobre 30, 2008

54 – wu ming

 

Lo ammetto, ero prevenuta rispetto a Wu Ming, sembrava troppo giovanilistico-modaiolo-disinistra-bolognese. E invece scopro che questo libro è proprio bello, appassionante, approfondito quanto basta, visionario e molto spiritoso.

Beh, vengo da una metà di L’anno della morte di Riccardo Reis di Saramago, per cui qualunque cosa mi sarebbe sembrata più “gestibile, ma potevano anche spaventarmi le oltre 600 pagine di 54, invece ci ho creduto e mi sono davvero divertita.

 

Storie intrecciate, tutte ambientate nel 1954, da gennaio in avanti: dall’irredentistmo di Trieste a Hollywood, da Tito a Stalin, dalle balere bolognesi alla camorra napoletana. C’è tutto, e tutto perfettamente intrecciato e orchestrato per un finale in grande stile holliwoodiano.

Ma c’è soprattutto tanta Italia, con le sue contraddizioni e le sue macchiette, con la cultura di massa portata dalla televisione e gli strascichi della Resistenza, c’è l’italianizzazione della mafia americana, c’è la diserzione di tanti soldati italiani in Yugoslavia per la lotta di liberazione di quel paese, c’è la povertà e la ancora rigida divisione in classi sociali del dopoguerra, e c’è un ottimismo “nonostante tutto” che oggi manca completamente.

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martedì, aprile 03, 2007

Padre padrone, di Gavino Ledda, Feltrinelli, 1975


Un grande classico della letteratura italiana, uno di quei “Franchi Narratori” di Feltrinelli che fecero grande la più provocatoria collana della casa editrice di via Andegari.

Ho trovato una edizione del 1978, bellissima… con la dicitura della collana della terza di copertina stampata a filo e uno splendido font grafico. La carta perfetta, ancora oggi, al tatto. Uno di quei libri che non si fanno più. 

La storia è nota: l’autore racconta la sua vita da pastore nelle montagne sarde, presso Siligo, e il suo rapporto con il padre che lo strappa alla scuola a 6 anni e lo costringe a fare pastore e agricoltore fino ai 21. Lo scrittore, con una forza esplosiva, è poi diventato professore universitario.

Oggi farebbe scalpore un libro così? Nel 1975 lo fece… finalmente venivano scoperte le “magagne” delle famiglie contadine:  il possessore/padre, che tratta il figlio e la famiglia come una sua semplice proprietà.

Il romanzo di Gavino Ledda ha una carica e un ritmo perfetti. La voce narrante che si esprime con una chiarezza e una semplicità che rasentano il pensiero, vede le cose esterne con l’innocenza della immaturità e dell’ignoranza… davvero una rappresentazione vivissima della vita contadina.

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lunedì, gennaio 31, 2005

ROMANZO CRIMINALE

Fra finzione e realtà: la Banda della Magliana romanzata da un Giudice della corte d’Assise di Roma. E il nuovo film di Michele Placido.


Il Freddo, il Libanese, il Dandi. I tre capi di una banda criminale che mette sotto i tacchi la Roma degli anni ’70; i capi della Banda che consoliderà il suo potere durante gli anni ’80, fino ad esaurire la sua vitalità negli anni seguenti allo scandalo di Mani Pulite.
Nella realtà, la Banda della Magliana. In Romanzo Criminale, la Banda.
Il consapevole autore, Giancarlo De Cataldo, è giudice presso la Corte d'assise di Roma.
Tutto comincia con il sequestro del barone Rosellini (nella realtà il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere); il Libanese e il Freddo chiedono ai soci di non dividere tutto il bottino, ma di “investirlo” per prendersi Roma, che fino ad allora era stata preda di qualunque gruppo di malavitosi e di diramazioni mafiose. E la Banda si prende quello che vuole con tutti i mezzi: innanzitutto attraverso il traffico di droga che gestisce, dopo un semplice omicidio, in totale monopolio; poi con altri traffici, investimenti, bordelli, video poker, gioco d’azzardo.
Ma non sono da soli, non possono pensare di fare i conti solo con loro stessi.
C’è la Camorra di Raffaele Cutolo, che gli chiede di aiutarli a liberare Moro.
C’è la Mafia che li sottomette e li strumentalizza per mantenere una situazione controllata nella Capitale.
Ci sono i Servizi Segreti deviati, orchestrati dal Vecchio, splendida personalità, carismatico uomo di potere, che tiene le corde di tutti i burattini della politica e della polizia; il Vecchio che gioca con la storia, con gli eventi, con le vite; il Vecchio, per il quale la Banda è solo una occasione di divertirsi di più e complicare la partita che si gioca sulla scacchiera d’Italia. “Il vecchio è il Vecchio. Il Vecchio ordina e Dio dispone”
E poi ci sono il poliziotto buono, Scialoja, e il coraggioso Sostituto Procuratore, Borgia, che stanno alle calcagna della Banda, rimettendone insieme le schegge e restandone fin troppo coinvolti.
E la sensuale Patrizia, la donna del Dandi, la dark lady famelica, eternamente insoddisfatta, sempre donna di borgata.
E, intorno a questi, molti altri personaggi pennellati con arte da De Cataldo, come Trentadenari, così chiamato per la sua vocazione al tradimento, o il Sorcio, il sommelier dell’eroina. Tutti noti solo per il soprannome, tutti appartenenti, o gravitanti intorno, alla Banda.
Alle loro vicende si intrecciano proficuamente le vicende dell’Italia: le fiamme degli anni ’70, in cui la paura dei “Rossi” gli consente di prosperare; la strage di Bologna, subito dopo la quale alcuni appartenenti ai Servizi Segreti fanno un sopralluogo, non è chiaro se per indagare o per nascondere le prove; le luci stroboscopiche degli anni ’80, dipinti rosa shocking; Ustica, e i suoi misteri; la bomba sull’Italicus...
Le vicende della notte della Repubblica che puntellano il potere della Banda, allo stesso tempo rendendola sempre più strumento dei poteri che la sovrastano: Mafia e deviazione politica.

Un romanzo epico, in cui gli eroi sono coloro che pensano e tramano meglio degli altri, dimenticando la morale. Il Libanese, il Freddo e il Dandi, passano dal vero al verosimile e, nella invenzione narrativa, popolano il cuore nero di quei vent’anni d’Italia.
De Cataldo intreccia il noir al poliziesco, la cronaca nera alla narrazione epica, facendo ricorso alla lingua gergale, al dialetto, in un inedito stile che da forma ad un filone storico-criminale originale nostrano. L’autore ha firmato anche con Mimmo Rafele e Leonardo Fasoli l'emozionante Paolo Borsellino televisivo.


Il lettore rimane aggrappato alle parole di questo romanzo, desiderando di immergersi totalmente nel marcio e nel sangue di questa storia d’Italia, per sezionarla, descriverla, capirla, e poterla raccontare. C’è qualcosa di vicino al Lucarelli di Misteri d’Italia o al Paolini di Vajont, Ustica, il Petrolchimico di Marghera? Forse il desiderio di oltrepassare a testa alta, con coscienza, gli anni bui della nostra nazione, oppure il macabro desiderio di scoprire il limite della cattiveria, e il suo superamento.


Colgo l’occasione di parlare di Romanzo Criminale (uscito nel 2002), in concomitanza con la preparazione e l’uscita dell’omonimo lungometraggio, la cui sceneggiatura è stata riadattata dallo stesso De Cataldo insieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia - autori con alle spalle una storia di grande impegno civile e sociale. Dice De Cataldo sulla stesura della sceneggiatura, in una intervista a Manuela Grassi: «Io partecipo soprattutto nel ruolo dell'approvante. Rulli e Petraglia hanno fatto un grande lavoro. Nel passaggio dalla letteratura al cinema c'è un prezzo da pagare: il film deve salvare il libro tradendolo. L'importante è che sia un bel tradimento».


Il film è diretto da Michele Placido che, dopo i fischi di Venezia al suo ultimo Ovunque sei, ritorna alla regia dirigendo i soliti “giovani attori Italiani” Stefano Accorsi (che interpreta il poliziotto Scialoja) e Kim Rossi Stuart (il Freddo). Nel cast presenti anche Jasmine Trinca e Tony Bertorelli (il Vecchio). «È un film a forte impatto popolare, ha bisogno di facce riconoscibili» sembra giustificarsi Placido in una intervista di Federica Paris. «Tutti gli attori sono reduci da performance egregie, ma questa è la prova del nove».

Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale, Torino, Einaudi, 2002

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martedì, dicembre 28, 2004

SCROSCIO DI BOMBE IN CITTÀ

La guerra inonda una città - e due suoi abitanti - che cercano di trasformare l’emergenza in normalità.

 

In una città in pace, dove si passeggia e si entra in libreria, ho acquistato un libro.

Tutta quell’acqua, di Luigi Bernardi. La storia è ambientata in un’altra città, in cui si esce di casa per andare a lavorare, si aspetta l’autobus, si viene scippati, si sta chiusi in un rifugio durante gli attacchi aerei...  questa seconda città è in guerra o, meglio, è sotto le bombe di un conflitto senza senso.

Vanni insegna filosofia al Liceo, esce di casa con lo scooter, passa davanti alla fermata del bus e improvvisamente i passeggeri della moto davanti a lui scippano una donna che cammina sul ciglio della strada. Vanni, irragionevolmente,  decide di seguirli; li trova, recupera la borsa e intreccia la sua vita con quella di Bianca, la donna scippata.

La loro metropoli è sotto le bombe da mesi: improvvisamente la guerra che si credeva lontanissima si è spostata proprio a pochi metri dalle loro case. La loro città è moderna, con il centro storico, i negozi di videocassette, la metropolitana, solo che di tanto in tanto alcuni aerei sganciano bombe sulle zone strategiche. Una città moderna, occidentale, costretta al coprifuoco e a continuare le attività “normali” nonostante l’emergenza e l’ansia della guerra.

La guerra è spiegata dal narratore in duplice facciata: da una parte è una sferzata alla vita apatica di prima, la possibilità di vivere più intensamente; dall’altra però Vanni pensa anche che «un conflitto è la sovversione della burocrazia, forzando su quest’ultima di affievolisce la portata del primo, anche se non si cancellano i disastri delle esplosioni», e che «capire la guerra è come sfidare il maestro di un arte che non si conosce», e si dà la possibilità di accettare la guerra solo nel caso si abbia qualcuno da consolare e di cui prendersi cura.

Le vite di Vanni  e Bianca portano addosso i segni della guerra, ma non nascondono neanche quelli che la vita gli aveva già lasciato.

Bianca è una persona sola, difficile, con momenti di grande sconforto, e la guerra le dà la stangata finale, la rende folle, e «i pazzi sono l’eredità più pesante di ogni conflitto», dice il suo medico. Bianca manifesta il suo disagio con il terrore dell’acqua, che la ri-immerge in un trauma dell’inizio della conflitto. Ha paura di se stessa, ha paura di vivere, ma riesce ad abbandonarsi completamente appena acquista fiducia in Vanni. Eppure dice: «Io all’inizio ero quasi contenta di questa guerra. Mi pareva ci fosse bisogno di una scarica di intensità, di una erergia che ci colpisse davvero, ci facesse ripensare al senso delle cose».

Vanni è un filosofo. Metodico, rigido, solo. Prima della guerra la sua filosofia di vita era quella della sottrazione: sottrai dalla tua vita tutto ciò che ti da fastidio... Ma le bombe lo cambiano profondamente: ruba uno scooter, insegue gli scippatori di Bianca, si avvicina a lei con grande disponibilità... e arriva a capire che forse, per la prima volta dopo anni, sta sommando, aggiungendo alla sua vita qualcuno: Bianca.

La guerra, dunque, come follia, come causa di follia, come conseguenza di follia. La follia del genere umano che Vanni definisce spinozianamente “asilo dell’ignoranza”, la cui massima espressione sono gli “spregevoli” militari che usano gli ospedali come basi per essere certi di non venire bombardati...

Luigi Bernardi è nato nel 1953 a Ozzano Emilia; è stato editore ed oggi è giornalista, traduttore e consulente editoriale. Ha scritto alcuni libri sul rapporto fra crimine e contemporaneità...

 

  

Luigi Bernardi, Tutta quell’acqua, Palermo, Dario Flaccovio Editore, 2004

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tutta quell acqua luigi bernardi

sabato, ottobre 23, 2004

 ELOGIO DELLA LUCIDITÀ 

Ululiamo, disse il cane
Questa è l’epigrafe di Saggio sulla lucidità, ultimo “romanzo” del premio Nobel José Saramago. E questo sembra l’intento dell’autore: far ululare le persone, cani della democrazia, che fanno quel che dice il padrone, con cieca e stolta fiducia.
Saramago di frequente descrive personaggi di donne e cani in maniera simbolica, delicata ed anche esaltante. «Forse dipende dal fatto che conosco meglio la parte maschile dell’umanità», dice l’autore, «e mi piace pensare che a dare una svolta al mondo siano le donne, anche se quelle che hanno raggiunto il potere politico ed economico non si sono dimostrate molto diverse dagli uomini. I cani, invece, sono sempre presenti nei miei romanzi, ma è evidente che il cane dell’epigrafe appartiene alla specie umana». E perché dovrebbe ululare? «Abbiamo provato a parlare, discutere, confrontarci, ma non è servito a nulla: allora proviamo a ululare».

Una domenica di pioggia, il giorno delle elezioni, in un seggio qualunque della capitale, il presidente, il segretario e gli scrutatori attendono l’afflusso degli elettori... calma piatta fino alle 16 del pomeriggio, sembra una defezione di massa, ma dalle 16 in avanti gli elettori accorrono ai seggi e creano lunghe file... solo durante la notte si saprà la verità. Nella capitale, e solo lì, oltre il 70 per cento degli elettori ha lasciato la scheda BIANCA. Si indicono nuove elezioni per la settimana successiva: l’83 per cento degli abitanti della capitale votano scheda BIANCA.
Da questo straordinario avvenimento si scatenano una serie di azioni e reazioni che porteranno la città ad essere dapprima messa in stato di assedio dal suo stesso Governo, e poi definitivamente abbandonata dalla polizia e da tutte le forze politiche e militari. Tuttavia ancora assediata: gli abitanti non possono uscirne, non si può entrarvi, una città in quarantena, moderna Orano.
Non si assiste, però, a scene di panico. Gli abitanti non si danno allo sciacallaggio, si continua una vita semplice, normale, fino alla bomba fatta scoppiare dal governo nella principale stazione della città, una bomba che scatena una manifestazione pacifica, caratterizzata da bandiere BIANCHE, da silenzio e dalla totale assenza di slogan. La città ulula il suo silenzio.
Funestamente qualcosa smuove la situazione: una lettera spedita ai rappresentanti del Governo e al presidente della Repubblica crea un collegamento fra l’epidemia di cecità BIANCA scatenatasi 4 anni prima e questo movimento epidemico dei BIANCOSI (coloro che votano scheda BIANCA). Ed ecco che ritroviamo i protagonisti di un precedente romanzo dell’autore portoghese, Cecità, coinvolti involontariamente in questo nuovo fenomeno sociale.

Saggio sulla lucidità è l’ideale conclusione di un trittico iniziato con Cecità e proseguito con La caverna. Tre saggi in forma di romanzo, che illustrano le violenze e i retroscena dei poteri che dominano la vita sociale: quello economico, quello mediatico e quello militare.

CECITÀ VS LUCIDITÀ
Due concetti che si oppongono e sovrappongono per tutta la durata del romanzo.
Simbolicamente la cecità rappresenta la impossibilità di vedere la reale situazione economico/sociale/politica della umanità. L’epidemia scoppiata nel paese 4 anni prima degli eventi narrati è proprio l’apice di questa incapacità di prendere coscienza dei limiti e delle aberrazioni del potere. In Cecità la conseguenza più forte dell’epidemia fu il completo scardinamento di qualunque organizzazione di potere che non fosse elementare e “tribale”. E la salvezza fu la solidarietà umana che, sola, consentì ai protagonisti della storia di sopravvivere dignitosamente.
La lucidità di quest’ultimo romanzo ha anch’essa a che fare con la demolizione del potere, ma in forma totalmente pacifica e “simbolica”.
«Di fatto non vediamo attorno a noi vere democrazie» dice Saramago in un’intervista. «Uno Stato che non riesce a opporsi agli abusi economici e che non riesce a far rispettare i diritti umani, non è una democrazia. Siamo governati da un sistema di istituzioni e di partiti privi di forza reale: quelle in cui viviamo, sono democrazie amputate, condizionate, svuotate di potere» continua l’autore. «Il romanzo tocca un aspetto fondamentale, ovvero lo stato della democrazia nel mondo. È un argomento del quale non si parla, come se il concetto di democrazia fosse ormai acquisito ed immutabile. Invece occorre riflettere attentamente sullo stato della democrazia, per scongiurare un processo che purtroppo vedo già in atto: la democrazia sta diventando una facciata, dietro la quale c’è il vuoto, una deriva che porterà ad un totalitarismo con addosso un vestito nuovo».
«Io sono materia dei libri che scrivo ma i miei libri non sono autobiografici. Sono materia perché vivo in un questo tempo, in un mondo che non mi piace, come credo non possa piacere a chiunque abbia un minimo di sensibilità e di senso dell’armonia. L'unico modo di resistere è allora far capire che non ci piace: qui credo che occorra la lucidità. La lucidità di non permettere che ci costringano ad essere complici degli uomini dei quali siamo vittime».
Si tratta dunque di una esortazione a prendere coscienza, ad essere lucidi negli atti quotidiani, privati e pubblici; a riprendersi quella responsabilità ormai da tempo delegata alla classe politica.
Per illustrare le scempiaggini dei rappresentanti del potere politico, Saramago ci racconta grottescamente, e in maniera tanto reale da essere agghiacciante, di come i Media siano condizionati dal potere, di come il Governo prenda decisioni senza alcuna lungimiranza e senza tenere in considerazione minimamente la salute e il benessere dei cittadini della capitale. Leggiamo nelle azioni della classe politica, nei suoi discorsi, nelle sue crisi costruite e nelle sue meschinità esattamente quello che vediamo tutte le sere nelle nostre private televisioni.
Addirittura il Governo, in assenza totale di lucidità, interpreta come una rinnovata epidemia di cecità, stavolta politica, il fenomeno delle schede BIANCHE.

Ho potuto vedere e ascoltare José Saramago un anno e mezzo fa. L’impressione che ne ho avuto è di un uomo stupefacente che, dall’alto dei suoi 82 anni, ha da insegnarci la tolleranza e la protesta, l’anarchia e la democrazia, il modo per scovare il bene e il male nelle cose quotidiane.
Un ululato chiude anche questo romanzo che, ancora una volta, dà grande fiducia alle singole persone e condanna l’organizzazione politica.

José Saramago, Saggio sulla lucidità, Torino, Einaudi, 2004 € 17,5

 
«Se affrontassimo la realtà con la lucidità e l’obiettività umanamente possibili, e la vedessimo finalmente nella sua brutalità, nascerebbe in noi una tale indignazione che la reazione minima sarebbe quella di ululare: si udrebbe un enorme "basta!" salire dalla terra verso le stelle. Viviamo in un inferno: la politica non risolve nulla, il potere economico ci deride. E noi che cosa possiamo fare? Nulla. Ogni quattro anni andiamo a votare, al massimo mettiamo un Governo al posto di un altro, ma non cambia mai nulla, perché il potere sta comunque altrove, e non ci è possibile votare contro il consiglio di amministrazione della Coca Cola».

J.Saramago

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giovedì, giugno 17, 2004

Percezioni, dal corpo alla parola

 

Melancolia è una parola strana e bella, non è come melanconia, anche se ne condivide il significato [dolce e delicata tristezza, vaga e intima mestizia, pensiero o presentimento che causa tristezza; oppure, in senso psicologico, stato patologico di tristezza, pessimismo, sfiducia o avvilimento, senza una causa apparente adeguata, che rappresenta una delle fasi della psicosi maniaco-depressiva]... dicevo, però, che melancolia è un sostantivo dal fascino misterioso, una “l” al posto di una “n” cambia molto le cose: il suono, l’evocazione del significato, sono differenti... sei poi questa parola viene associata ad un corpo, e non alla mente, come dalle definizioni appena enunciate, la cosa assume un risvolto inaspettatamente bizzarro.

La melancolia del corpo è il “concept book” di Shelley Jackson; non si tratta, infatti, di una semplice raccolta di racconti, ma di un percorso fra gli organi, le attività del corpo e i suoi prodotti, il tutto supervisionato dal cuore, che «[...] distorce tutto ciò che ha intorno. E dove non c’è niente, il vuoto stesso viene alterato, i suoi lineamenti contorti fino a non essere più riconoscibili».

Il libro è strutturalmente suddiviso in quattro sezioni: Collerici, Melancolici, Flemmatici, Sanguigni.

Fra i Collerici troviamo gli “Spermatozoi”, descritti come creature in evoluzione che aumentano continuamente di dimensioni, in maniera sempre più rapida dal momento in cui sono diventati abbastanza grandi da essere visibili ad occhio nudo. Ormai ogni generazione supera la precedente. Gli spermatozoi emettono strani versi gutturali, sono commestibili, anche se vanno marinati per ventiquattr’ore, specialmente i capobranco, il cui manto appare “scamosciato” o ha una sfumatura verdastra. «Un tempo numerosi, i loro branchi sollevavano una nuvola di polvere attraverso le Grandi Pianure, gareggiando in velocità con la locomotiva».

Fra i Melacolici il “Cancro” è sicuramente il più inquietante; esso viene descritto come una entità che occupa il salotto del narratore, e diventa sempre più voluminosa, assume forma di tubero e colore rosso-scarlatto, riempie velocemente tutta la stanza nella quale spesso entra una bambina del vicinato, che rappresenta il corpo malato, mentre il narratore ne è la mente. La bambina-corpo si nasconde in mezzo al cancro, esce ed entra di soppiatto dalla stanza, non parla e ne è affascinata; il narratore-mente alterna fasi di vergogna del cancro ad altre di mesta accettazione della sua presenza. In un primo momento la mente finge di non vedere “la cosa” che gli occupa il salotto, poi tenta di distruggerla, tenendovi lontana la bambina-corpo, poi di nasconderla, infine decide di estirparla con una accetta.

Sotto il cappello dei Flemmatici sta il “Catarro”. Esso viene rappresentato come uno dei mezzi di comunicazione fra gli uomini. Da una parte, produrre catarro, tenerlo in mano e farne delle creazioni “artistiche”, è un modo per essere accettati dalla società. Dall’altra, esso è il risultato di un atto “fisico” fra uomo e donna. Ma, nella mente della protagonista di questo racconto, qualcosa non va: nonostante lei produca catarro in quantità, e quindi sia invidiata da amiche e colleghe, non riesce ad utilizzarlo in pubblico, giocandovi con le dita e passandolo in mano a chi le viene presentato, e anche in “intimità” ha difficoltà ad accettarne la presenza.

“Sangue” è il racconto più impressionante della categoria Sanguigni. È la storia delle tamponatrici: lavoratrici ormai a riposo che fino a qualche anno addietro avevano il compito di tamponare il ciclo mestruale della città di Londra. Queste signore, piccole, agili e disperate, erano utilizzate per asciugare i sotterranei della città fino all’introduzione del nuovo sistema di impermeabilizzazione del suolo di Londra: una calotta profonda e impenetrabile che isola la città dalla terra... a meno che qualcuno non decida di costruire un enorme grattacielo e scavi troppo in profondità...

 

Jonathan Lethem scrive: «Era ora che Shelley Jackson, il patchwork monster della narrativa americana, venisse sguinzagliata contro gli innocenti lettori del Bel Paese. Vi farà in mille pezzi e poi vi rimetterà insieme con grazia e dolcezza, ve lo prometto, e quando avrà finito non guarderete più il vostro corpo, o il cielo, o la terra, con gli stessi occhi».

Vero. Perdonate la crudezza della recensione, ma questa giovane americana, vicina a David Foster Wallace e alla generazione di scrittori “postmoderni”, scuote fortemente.

 

Shelley Jackson, La melancolia del corpo, Roma, Minimum Fax, 2004. €12,5

 

 

Parole sull’amore

 

Storie di ordinario amore è la raccolta di racconti di Riccardo de Torrebruna. Anch’esso, in qualche modo, un “concept book”: il tema in questo caso però non è il corpo, ma l’amore.

«Le mille luci della mirror ball»* sono come le mille facce di questo amore, che talvolta abbaglia, tal’altra riflette la luce di altre fonti, tal’altra ancora assorbe la luce nella sua ombra. Eccolo l’amore di Torrebruna, quello vissuto in casa con la propria donna, combattuti fra fedeltà e libertà, quello che definisce, per contrasto, i ruoli di genere, quello che si esprime col sesso, quello casuale, quello che genera i figli, quello a pagamento, quello che fa scattare dal letto ancora nel sonno e correre alla culla perché il bimbo piange, quello che teme l’indifferenza come un cancro, quello che ci fa disperare per un rimpianto. Tutto ciò dentro questi racconti brevi, insieme a molta vita vissuta, molto spirito di contraddizione, molte paure.

Riccardo de Torrebruna è attore e autore teatrale, questo è il suo secondo libro, il primo, per i tipi di Minimum Fax, è del 2000 e porta il titolo Tocco Magico Tango.

 

*Dottorconti, Mirror Ball, 2004

 

 

Riccardo de Torrebruna, Storie di ordinario amore, Roma, Fandango, 2003. € 12

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giovedì, febbraio 19, 2004

IL CASO VITTORIO

[Opera prima di un formidabile genio]

 

CLAUDIA

È cominciato tutto alla manifestazione contro la finanziaria del Governo Berlusconi del novembre 1994. Marta ed io abbiamo incontrato un ragazzo della scuola, un tipo con la testa da alieno e la felpa sbagliata: Vittorio, uno che avremmo visto meglio alla manifestazione di Forza Nuova che lì, con noi e la lista di sinistra della scuola. In quel periodo Marta ed io eravamo inseparabili: scout insieme, attività con la scuola, manifestazioni, il giornalino studentesco, tutto insieme. Poi le cose si sono complicate, come sempre. E Vittorio ha partecipato attivamente al cambiamento.


MARTA

Dopo mesi di amicizia a tre in cui Vittorio veniva da noi iniziato al pensiero di sinistra, partendo da Isabel Allende fino ad arrivare a Marx, siamo partiti per l’inter-rail, ma Claudia è dovuta tornare indietro subito. In viaggio Vittorio ed io ci siamo dapprima evitati e poi cercati: abbiamo capito di essere due anime simili, e ci siamo detti “per sempre”.


CLAUDIA

Marta fu messa in punizione e non poté venire alla gita a Praga, io non sapevo se lei e Vittorio stessero ancora insieme dopo l’inter-rail, ma in gita è successo qualcosa: io e Vittorio abbiamo capito di essere innamorati, profondamente. Dopo la gita Marta era arrabbiata, ma noi dovevamo vivere il nostro amore. Qualche mese dopo siamo partiti per un viaggio in Egitto, una crociera. Laggiù, oltre a fare l’amore e ad esercitarsi sulla Verità Creativa [inventarsi storie inverosimili su di noi, sulle nostre vite] abbiamo conosciuto e stretto una forte amicizia con Sandra una ragazza di Bologna più grande di noi; di Bologna, la città in cui vive mio padre...


MARTA

Non so se ero addolorata maggiormente dal tradimento di Claudia o di Vittorio, comunque ho sofferto e sono approdata al più delirante nichilismo alla Nietzsche. Scrivevo biglietti esaltati e tristi a tutti, con frasi di “grande cultura” ed intelligenza... ma ero annientata.

Quella stronza di Claudia non mi voleva fra i piedi, mi ha completamente esclusa dalla loro vita... e io sono rimasta sola, sono uscita dagli scout e ho iniziato a litigare con quei fascisti dei miei fratelli.


Questo è il punto di partenza dell’intenso romanzo di Francesco Pacifico: Il caso Vittorio.

Ma non si tratta di un romanzo a due voci, bensì di un puzzle di voci, con capitoli in discorso diretto, altri composti da lettere, bigliettini e citazioni. Talvolta domina la presenza di un ordinato narratore, tal’altra il disordine delle e-mail.

È una storia romana che spiega la maturazione di una generazione, fra governi di Berlusconi e tutti quelli successivi, fra il terremoto in Umbria e gli anni della università, fra viaggi, Erasmus e case in affitto.

Marta e Claudia sono due amiche molto diverse con famiglie opposte - genitori separati e madre giornalista per Claudia, famiglia cattolicissima e reazionaria per Marta - sono due amiche, dicevamo, che prenderanno strade molto diverse nella vita, che incontreranno Vittorio centinaia di volte nei lo percorsi, che sapranno sostenersi di fronte alle difficoltà famigliari, alla morte, e anche alle loro evidenti discordanze.

Un esercizio di stile, forse, ma di grande lucidità, che ripercorre gli ultimi 10 anni di storia italiana e internazionale, avvolgendovi le vite dei suoi personaggi.

Due sono i temi ricorrenti in questa lunga storia: la religione e la Verità Creativa.

Si esprime, in tutto il libro, una dialettica molto forte fra valori religiosi e non; Pacifico sembra riproporre la lacerazione italiana che non risolve e non risolverà il contrasto fra la spiritualità innata e popolare tutta italiana e il cosmopolitismo a cui il paese si sta votando.

La Verità Creativa, invece, è l’istituzione di vite parallele e secondarie nelle quali sperimentare esiti possibili e diversi. Questa, detta in soldoni, la struttura ideologica di Pacifico, che declina la Verità Creativa per spiegare cose disparate, dal caso Enron alla rottura di fidanzamenti.

È su questi due macro temi che si sviluppa il libro e la duplice personalità di Marta e Claudia, due persone e, allo stesso momento, una sola.

Splendida opera prima del giovane Francesco Pacifico, classe ’77.


Francesco Pacifico, Il caso Vittorio, Roma, Minimum Fax, 2003: 10 €

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sabato, dicembre 06, 2003

IN CERCA DI SENSO

Sulle vicende accadute a Genova, nel luglio 2001, si è detto fin troppo, e chi mi conosce sa che io, comunque, continuo a parlarne, ad arrabbiarmi e a non trovare mai un accordo con me stessa.

A Genova c’erano molti di voi, non posso raccontare frottole: io non c’ero. E non ci sono neanche tutte le domeniche nella curva di uno stadio a cercare lo scontro con la tifoseria della squadra che sta giocando contro la mia. E queste due cose [Genova, intendo, e gli ultras], sono molto più legate di quello che si pensi. Quando morì Carlo Giuliani, il 20 Luglio 2001, di lui si dissero molte cose, fra cui che era un ultras, un tifoso di quelli duri, come se questo giustificasse in qualche maniera la sua fine, come se questo spiegasse perché lui fosse a Genova quel giorno, e non al mare con gli amici, e avesse in mano un estintore, pronto a scagliarlo contro un Defender dei Carabinieri.

Paradossalmente capivo meglio Carlo, con un estintore in mano, che i gruppi di curva, eppure c’è chi racconta che gli uni e gli altri sono ugualmente Sensomutanti...

WHO

L'autore è Domenico Mungo, classe 1971, nato a Torino, critico letterario e musicale di “Rumore”, giornalista freelance, laureato in lettere moderne, ultras della fiorentina, anarchico, sensomutante... questa è la definizione ufficiale, ma non si sa cosa altro sia.

Vero è che Mungo ha una faccia bizzarra, una sorta di connubio fra Gianluca Grignani e Arsenio Lupin. Quale personaggio è quello di Domenco Mungo, nel suo romanzo? Un ultras bestiale, fra risse raves e droghe, e quindi «carne da cannone del sistema capitalistico che ne fagocita l’esistenza determinandone voglie, necessità e bisogno di sussistenza» [Mungo – intervista]; oppure un militante anarchico che fracassa le vetrine di Mc Donalds; o, ancora, un intellettuale moderno, che cita poeti musicisti e opere classiche?

WHAT
Il titolo del romanzo è Sensomutanti. L’amore ai tempi del DASPO. Una specie di ipertesto cartaceo: la struttura del romanzo è piuttosto disomogenea, con storie che si intrecciano e si scontrano senza preavviso, con citazioni erudite o meno, una struttura, come l’ha definita l’autore, a fotogrammi. Ci sono, infatti, almeno tre storie che si incontrano, in queste pagine, tante quante le immagini dell’autore. Ma lo scorrere della narrazione non sempre permette di identificare tre protagonisti, sembra indifferente chi siano i personaggi: l’importante sono le storie, che sono quelle di una cultura, o di una sottocultura. Mungo parla del movimento degli ultras come di «un gruppo con una fisionomia di identità culturale e politica che andrebbe difesa e tutelata» [idem]. Con lo stesso rispetto racconta del movimento anarchico, tramite i flash back genovesi.

WHY
Il libro è difficile, non in se stesso, non perché un po’ “forte”, violento, esplicito, ci sono libri che fanno più effetto in questa dimensione, ma Sensomutanti è difficile perché racconta del mio vicino di casa, dei miei amici che a Genova c’erano, e vede il dolore, lo sfacelo, la distruzione, da un punto di vista differente. Non necessariamente condivisibile, non si chiede ad un lettore di condividere le idee espresse in un romanzo, gli si chiede solo un patto di narrazione, e questo è quello che ho fatto io, un patto con il narratore; ho cercato di sospendere l’impellente giudizio morale, di andare al di là della superficie violenta e “accondiscendente”, per cercare di capire il PERCHÉ, della violenza negli stadi, della coca, delle auto incendiate a Genova. E non sono arrivata a quasi nulla, se non ad una incertezza, forte, che mi fa continuare a fare e farmi domande, a cercare risposte...

Ci sono alcune parti del racconto della morte di Carlo Giuliani, cui il romanzo è dedicato, che sono molto “cinematografiche” e, allo stesso modo, di denuncia e fortemente critiche nei confronti dei mezzi di informazione e della copertura masmediatica dei fatti di Genova. Mungo critica aspramente la televisione, sapendo però allo stesso tempo che i sensomutanti, dagli ultras a i black block, ne sono strumentalizzati e la strumentalizzano per garantirsi una visibilità, opinabilmente positiva o negativa.

WHEN
Il romanzo è ambientato in periodi diversi, fra luglio 2001, scorribande precedenti, seguendo le partite in trasferta della fiorentina, ed eventi successivi.

WHERE
Non ci sono localizzazioni precise, se non, appunto la Genova bollente, la piovosa Torino, e alcuni scorci della Bergamo da stadio e di altre “città di calcio”. Le vie di Genova sono un graticola di pensieri, secchi, bruciati dal sole e dai lacrimogeni; una grigliata mista fra buoni sentimenti e voglia di esprimerli in pace, e il desiderio di farsi vedere, di entrare nell’arena della tivvù, per portare il proprio disagio e la propria voglia di rivalsa e di giustizia.

DETTAGLI

«La videocamera di Pasolini

P.P.P. Un frocio friulano-bolognese-romano-siciliano, che aveva una testa grande come il cuore dell’universo[...] andava in giro con una cinepresa, saltellando sul sentiero della verità, sempre la più scomoda ma anche la più semplice, e intervistava braccianti calabresi e puttane napoletane[...] Pensate se fosse capitato a Genova a luglio. Ci avrebbe cacato il cazzo con la solfa degli sbirri piezz’e core del proletariato, ribadendo che noi siamo i borghesi che giocano alla rivoluzione [...] ma poi avrebbe inquadrato gli occhi, gli sguardi, il sangue di gente predisposta al dolore e alla sofferenza, di gente rassegnata alla violenza subita. [...] Siamo come ci avete voluto voi, perlomeno fino al punto che voi non vorreste essere voi stessi. Ed è questo il nostro orgoglio, la nostra diversità, noi il vostro ologramma in negativo della realtà che vi siete costruiti.»

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venerdì, ottobre 31, 2003

CORPO DI STATO

 

Lungi da me l’intento di alimentare la polemica creatasi a partire dal festival di Venezia sul film di Marco Bellocchio [Buongiorno, notte], vorrei invece accennare ai punti di vista letterari e cinematografici che dei 55 giorni del sequestro Moro analizzano il contesto, il prima e il durante.

Il 9 maggio 1998 RaiDue mandò in onda il debutto televisivo di Corpo di Stato, un’opera concepita per il teatro, che però sarebbe stata trasmessa una sola volta in tv in occasione del ventennale della morte di Aldo Moro. La trasmissione si svolgeva in diretta nella cornice dei Fori Imperiali, nel cuore di Roma e dello Stato. Marco Baliani, attore e regista, mise in scena il terrorismo e la mafia: 9 maggio 1978, Roma, nel portabagagli di una Renault 4, i terroristi fanno ritrovare il corpo senza vita di Aldo Moro; 9 maggio 1978, Cinisi, Sicilia, la mafia mette a tacere la libera voce di Peppino Impastato.

Lo spettacolo è il racconto di un attore, Baliani, e del suo personale percorso dentro gli anni Settanta. A partire da quei 55 funesti giorni della prigionia di Moro, l’attore richiama episodi ed esperienze di quel periodo fra vita privata e storia pubblica: il clima, i conflitti, gli entusiasmi, i paesaggi metropolitani e le contraddizioni della generazione dalla quale nacquero gli assassini di Moro. Baliani racconta di come il tema della violenza rivoluzionaria abbia dovuto fare i conti con un corpo prigioniero, che è stato proprio il punto di partenza della narrazione: l’emozione di quel corpo sacrificato, il corpo simbolo del potere dello Stato che, privato della vita, diventa un corpo qualunque.

Nel maggio di quest’anno, in occasione dei 25 anni dalla morte di Moro, Rizzoli ha pubblicato il libro, tratto dall’omonima opera teatrale.

Un testo sul contesto, come il film di Bellocchio, se me lo si permette, e al contrario di quello di Martinelli [Piazza delle Cinque Lune] che, invece, analizza i perché e i percome, le congetture sulle cause recondite, sui complotti, sulla CIA, il SISDE e la MAFIA. Niente di tutto ciò nella narrazione fluida di Baliani, che disegna perfettamente i sentimenti di una generazione che aveva fra i brigatisti amici, conoscenti, ex-compagni di occupazioni universitarie; e indaga la paura all’idea che uno degli ex-compagni si presentasse alla porta a chiedere ospitalità, e il dubbio se essere “con” o “contro” di loro. Come lo slogan del giornale Lotta Continua, che in quei giorni intitolava “Né con le Brigate Rosse, né con lo Stato”. Un conflitto di idee, di certezze, nato quando qualcuno dei compagni di scuola scelse la clandestinità, scelse di imbracciare le armi. E lo sgomento di fronte all’evidenza di non far parte di quella categoria.

Il libro racconta di una generazione zuppa di ideali, di sogni e di progetti di felicità, una generazione che non c’è più, che si è frantumata con il terrorismo. Una generazione, per alcuni aspetti, molto più matura della mia, che di ideali ho solo sentito parlare, non prenderei in mano un arma per nessun motivo, ma non sono capace di sognare.

 

[subito dopo il sequestro]

«[...] la polizia aveva fermato uno studente in motorino a un posto di blocco. Dopo aver controllato i documenti i poliziotti gli avevano intimato di alzare il sellino e aprire il serbatoio per un controllo. Lo studente aveva alzato il sellino, aveva aperto il tappo del serbatoio, poi ci aveva guardato dentro e aveva detto: “Aldo, vieni fuori, va’, che c’hanno scoperti”. Era stato condannato per direttissima a sei mesi di carcere.»

Un libro imperdibile, sempre sul caso Moro è L’affaire Moro, di Sciascia, scritto a caldo nel 1978. In questo eccezionale testo Sciascia legge le lettere di Moro dalla prigionia con il suo usuale acume e ricostruisce perfettamente una intelaiatura di pensieri, correlazioni e fatti che aiutano a capire questo terribile episodio della nostra storia.

Un libro imperdibile, sempre sul caso Moro è L’affaire Moro, di Sciascia, scritto a caldo nel 1978. In questo eccezionale testo Sciascia legge le lettere di Moro dalla prigionia con il suo usuale acume e ricostruisce perfettamente una intelaiatura di pensieri, correlazioni e fatti che aiutano a capire questo terribile episodio della nostra storia.

 

Marco Baliani, Corpo di Stato. Il delitto Moro, Milano, Rizzoli, 2003. Euro 7.

 

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martedì, settembre 30, 2003

GIOCHI AL CINEMA

Andrew, aristocratico scrittore di gialli, vuole vendicarsi dell’amante di sua moglie, il parrucchiere di origini italiane Milo. Vuole spaventarlo a morte. Il gioco riesce perfettamente fino a quando, inaspettatamente, qualcosa va storto, qualcuno sbaglia e un ispettore si presenta in casa di Andrew per indagare su un omicidio di cui lui è all’oscuro. Colpi di scena e complicate ricostruzioni di fatti portano ad un finale di fuoco, in cui il gioco non è più tale.

Questa non è la trama di Cinema, di Tanguy Viel, ma un breve riassunto di un FILM che il narratore del libro analizza nei minimi dettagli. «[...] Certo, la prima volta che vedi il film, credi che in ogni momento tutto sia possibile, sarà successo anche a me, come faccio a ricordarmelo, la prima volta che ho visto il film, non soltanto gli anni che sono passati, ma devo dire, decine, centinaia di volte dalla prima, e come faccio a ritrovare per ogni volta la traccia esatta delle mie reazioni. Alla fine ho trovato una soluzione, ho avuto un’idea, [...] ho comprato un quaderno apposta, quasi novantasei pagine piene, e annoto tutto nel quaderno, le impressioni per ogni scena, una pagina per ogni visione, è così che adesso posso dire, il tal giorno, sì, ho pensato questo, e il tal giorno quest’altro, ormai posso ritrovare tutte le idee immagine per immagine, sequenza per sequenza, e gli effetti secondari [...]».

Questo libro è dunque la paranoica e minuziosa analisi di un FILM. Un solo FILM. Di cui si analizzano tutti i punti di vista, le angolazioni, i particolari, le possibili interpretazioni psicologiche dei personaggi, le alternative narrative e l’estetica. Sembrerebbe un saggio, ma non lo è, tanto che il titolo del FILM e il suo noto regista vengono introdotti solo nelle ultime pagine. In realtà si tratta del diario di una paranoia, sottile e insistente.

L’esistenza del narratore è condizionata da questo FILM, lui vede e interpreta il mondo esterno tramite il filtro del FILM. Le persone che conosce sono amici solo se amano il FILM, ogni sua azione, gusto, inclinazione è condizionata dal FILM. È, di conseguenza, terrorizzato dall’idea di non poter continuare a godersi il FILM: teme, ad esempio, che appaia in un cinema, perché sa che se lo vedesse sul grande schermo per una sola volta, poi non sarebbe più in grado di guardalo sul videoregistratore. «[...] Guardo sui giornali per mettermi la coscienza a posto, sperando che un giorno capiti, e mi possa veramente porre la questione di sapere se andrò o non andrò a vederlo al cinema, ma non sono affatto sicuro che lo farò [...] per il mio equilibrio, il mio stato mentale molto fragile [...]».

Cerca spesso di “iniziare” al FILM i suoi conoscenti, e in base alle reazioni decide cosa pensa di loro. Ma durante le visioni collettive spiega continuamente ogni scena e anticipa i fatti, ritenendo che sia l’unico modo per far amare e capire il FILM. «[...] solo che qualche volta capita che ci sia gente, capita che sia paziente con loro, capita che abbiano bisogno di spiegazioni e io sono pronto a sacrificare un po’ di tempo, è una fortuna per loro e basta [...]».

E quando arriva la fine il narratore sa che non c’è più niente da fare, la fine va subita, come interruzione del giudizio e istantanea sulle colpe.

Uno stile scorrevolissimo per un libro che è un “flusso di coscienza”, con un utilizzo discorsivo dei tempi e dei modi verbali. Il trentenne Tanguy Viel, di Brest, alla seconda prova dà sfogo alla sua capacità di giocare con le parole.

Tanguy Viel, Cinema, Roma, Nottetempo, 2002, 10 Euro.

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cinema tanguy viel

mercoledì, settembre 24, 2003


Esselunga, sabato ore 19 ca.

[suona un cellulare, ma per poco, un solo squillo] Signora, scusi, mi farebbe passare? Capisco che lei sia in fila, ma io devo solo allungare la mano a guadagnarmi una mozzarella confezionata. [il sottofondo del bip dei lettori ottici della fila interminabile di casse] Guardi che ha piazzato il suo carrello sul mio piede, no, non si preoccupi, fa niente, capisco... col bimbo nel seggiolino è difficile controllare la direzione del quattroruote che sta conducendo. [un altro bambinetto continua a chiedere alla nonna un sacchetto di rotelle nere Haribo, ma proprio a ripetizione: lui chiede, la nonna scuote la testa, lui chiede, la nonna scuote la testa...] 68! 69! 70! No, scusi, io ero il 56... mi servirebbe comunque? Sa, dovendo ottimizzare i tempi e destreggiarmi fra i carrelli ho perso la cognizione del tempo e non sono riuscita ad azzeccare la fila giusta per raggiungere il più velocemente possibile il banco salumi, e... [rumore acuto, una bottiglia che cade e si rompe, seguito dallo strillo basso di un papà che sgrida forte suo figlio - non più di tre anni - che, dovendo portare il pesante cestino con la spesa della famiglia, ha sbattuto contro una bottiglia di Four Roses... infanzia rubata] Un etto di squaquarone per cortesia... come cos’è lo squaquarone? Quel formaggio morbido, bianchiccio e sieroso lei come lo definirebbe? Crescenza??? Ma è sicuro??? Vada per la Crescenza. [suona il MIO cellulare, accidenti] Mamma, ciao, no, sono ancora al supermercato, no, è il mio turno in panetteria e intanto sto scegliendo il vino per stasera, no, non vengo a casa vostra stasera, ti ho già detto che alle otto e mezza mi vengono a trovare Fabrizio e Simona, certo che lo so che sono già le otto e dieci, mezzo chilo di grissini per cortesia, sì mamma, ti ho detto che sono all’Esselunga, e anche un po’ di focaccia con le olive, no, anzi, metà con le olive e metà con i pomodori, no, aspetti, anche un po’ col gorgonzola, sì, scusi, faccia lei, ah no mamma, non ho ancora deciso cosa fare per cena, sì, lo so che a questo punto dovrei avere quantomeno le idee chiare... MAMMA, lasciami in pace... va bene scusa, grazie mille della pazienza, no mamma, non dicevo a te, ma alla signorina della panetteria. Ok, adesso mamma devo proprio andare, ti bacio fortissimo [ancora il bip bip delle casse, e il mio carrello che scorre silenzioso e veloce fra due di questi orrendi mostri succhiasoldi] Centoventisei e trentotto? È sicura? Non ha per caso sommato il mio conto a quello del mio predecessore? Bancomat?




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domenica, settembre 21, 2003


Nebbia in Val Padana

Accaldata da una doccia troppo veloce salgo su un treno più bollente di me e guardo il freddo che è fuori, attraversando la campagna emiliana. Reggio Emilia, una nebbia lattiginosa avvolge il treno e altera la visione della piana, sovrapponendosi ai vetri appannati. E penso ai paesi reggiani, a Correggio, a Tondelli.

Morto a trentasei anni, nel 1991.

Ho cominciato qualche anno fa leggendo Camere separate, consigliatomi da una coppia di amici, un libro sull’impossibilità di amare e sulle strategie per aggirarla; poi Rimini: «Voglio che Rimini sia [...] un luogo del mio immaginario dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le pasticche, ama, trionfa e crepa». E via di seguito con Altri libertini, racconti acidi e violenti della provincia emiliana, il primo successo internazionale. E poi un tuffo nel decennio degli Ottanta con le raccolte Un weekend postmodermo, ma soprattutto con L’abbandono, epilogo, in massima parte autobiografico, delle “cronache degli anni Ottanta”.

Ma in quel treno ho ripensato soprattutto a due opere piccole e preziose.

Dinner party, testo teatrale del 1984, segna la crisi profonda che affronta la sua generazione di privilegiati e viziati, una generazione di disillusi pieni di speranza, di ricchi mendicanti e gay eterosessuali che tentano di prendere coscienza della loro condizione, delle loro vite e della loro differenza. Il decennio della prima vera televisione spazzatura, dei mondiali di calcio dell’82, della morte delle ideologie, in cui si abbandonava la politica per arrendersi senza complessi all’imprescindibile attrazione per la società dei consumi. Ma i tre protagonisti, una “fauna d’arte” che popola gli anni Ottanta, fuggono all’evidenza delle proprie condizioni e del proprio tempo. Ignorano la paura di giudicare l’altro per il terrore ancora maggiore di scandagliare se stessi.

Gente cresciuta negli anni Sessanta, dominata dalle immagini...ma in Tondelli: «[...] una generazione non si distingue forse da un’altra per il cambiamento dei gusti?», dice l’eccentrico alcolizzato Didi, e rincara «le generazioni sono delle spaccature verticali, degli abissi che fendono diacronicamente il tempo: lo sforzo sta tutto nel non essere accomunati agli altri perché nessuno che abbia meno di trent’anni è accumulabile a un altro. È un coacervo di stili altrui, è il vertice, l’apoteosi dell’inautenticità».

Uno ascolta musica jazz nelle cantinette, l’altro ballate pop degli anni settanta in casa, il terzo dance-music nei videobar. Il primo mangia solo nei ristorantini nouvelle cuisine, il secondo esclusivamente in casa, l’altro pratica il fast-food. Fredo veste di pelle e mutandoni anni ‘50, il fratello Didi solo di seta, Alberto ama la plastica, sopra a un coordinato Calvin Klein. E via di seguito, in uno scontro di simboli che richiamano sottoculture che negli anni Ottanta, come mai prima di allora, sezionavano la società, un identificarsi di generazione negandone l’esistenza, in un melting-pot di simboli e sentieri senza scopo.

Biglietti agli amici affronta, in piccole perle di essere condensato, i dubbi che lo scrittore aveva l’impellenza di risolvere.

Innanzitutto il tema dello scrivere e della necessità di farlo per ritrovare la curiosità verso il mondo persa dopo la fanciullezza. L’arte è intesa come un bisogno di emozioni, c’è bisogno di quello che si scrive come di quel pallone lanciato nella retina dal giocatore di pallacanestro: «c’è bisogno che tu scriva l’emozione del tuo libro e del tuo canestro».

Poi l’abbandono come ripetizione della separazione dal corpo materno, e la madre come unica forma di desiderio nella disperazione: Correggio, la sua casa, i suoi genitori. L’abbandono è dunque un sentimento diverso dalla mancanza dell’altro, piuttosto una impossibilità di vedere se stessi e le proprie origini emotive.

Infine un amore che deve liberarsi dal possesso per essere se stesso. L’utopia dello stare insieme è annullata in favore di una più lucida situazione di contiguità, ma lo scrittore non rinuncia a ricordare a se stesso di abbandonarsi alla fiducia. «Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita».

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Fabrizio De André

Da uomo avvertire il tempo sprecato a farti narrare la vita dagli occhi e mai poter bere alla coppa d'un fiato ma a piccoli sorsi interrotti, e mai poter bere alla coppa d'un fiato ma a piccoli sorsi interrotti.

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Elio Vittorini

"Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell'uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell'uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell'uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l'umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero? Un corno, dice mia nonna. Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro."

Elio Vittorini, Uomini e no.

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